Non è solo la medicina a curare, ma anche la presenza
45 anni, un lavoro in banca e una passione per il teatro e il mondo del cibo. Poi è arrivata la malattia. Ho scoperto che affrontarla richiede ricerca e consapevolezza, ma soprattutto qualcuno accanto.
Mi chiamo Fabio Formato, ho 45 anni e lavoro in ambito bancario. Se c’è una cosa che questo percorso mi ha insegnato, è che nei momenti più difficili la vera differenza è non sentirsi soli.
Scrivo queste parole per condividere la mia esperienza. Non una storia straordinaria, ma una storia vera, fatta di complessità, resistenza e umanità. Nella mia vita ci sono sempre state passioni importanti: il teatro, il racconto, il mondo del food. Poi è arrivata la malattia. Il mio cammino con il linfoma non Hodgkin, nello specifico un linfoma anaplastico a grandi cellule T ALK-negativo, è stato tutt’altro che lineare. Partivo già da una condizione fragile: diabete da molti anni, immunodeficienza, problemi cardiovascolari e un trapianto di rene avvenuto 35 anni fa. La diagnosi è stata una sfida dentro la sfida. Ogni scelta terapeutica più complessa, ogni passo più incerto.
Ho affrontato anche un trapianto di cellule staminali, con la concreta paura di compromettere il rene trapiantato. Ci sono stati momenti difficili: stanchezza, domande senza risposta, paura costante. Ma accanto a tutto questo, c’è sempre stata una presenza fondamentale: quella di chi si prende cura della persona, oltre che della malattia. L’équipe di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, guidata dal Prof. Carmine Selleri, è stata per me guida, competenza e ascolto. In un contesto complesso, ha saputo esserci davvero.
Oggi sono in remissione completa. Una tregua armata che vivo con consapevolezza e gratitudine. Un ringraziamento speciale va ad AIL. Ai volontari che ogni mattina mi hanno accolto con un sorriso. A chi, durante il Natale, quando non potevo vedere nessuno, ha organizzato una tombolata la vigilia, portando umanità e calore in un momento difficile. In quei momenti non ero solo. E questo ha fatto la differenza. Grazie per quello che avete fatto per me e per quello che farete per tanti altri. Perché, alla fine, non è solo la medicina a curare. È la presenza. È sapere che qualcuno resta, anche quando tutto sembra vacillare.