La storia di Roberto, ex-paziente

Mi chiamo Roberto, ho 36 anni e sono sposato con una donna eccezionale.

Se non fosse stato per lei, oggi non sarei qui a raccontarvi questa storia.

Fino a quel maledetto ottobre del 2013 avevamo tutto quello che desideravamo, il nostro amore e due splendidi bambini.

E proprio nel momento più bello della nostra vita, qualcosa in me inizia a non andare.
Ed è lei ad accorgersene.

Avevo un colorito pallido, mi sentivo più stanco del solito, con un insopportabile prurito diffuso e forti sudorazioni notturne. Poi arrivò la febbre che non passava più, a cui fece seguito una inutile cura antibiotica.

Mi ricoverai per accertamenti, era il 20 marzo, il giorno del mio compleanno. Avevo 33 anni ed ero in un letto di ospedale. Venne a festeggiarmi con una vaschetta di dolci e un numero 33 giallo di cera. Spensi le candeline nel letto, eravamo da soli e capivamo che stava accadendo qualcosa di molto grave.

Uscii dall’ospedale senza un referto. Dissero che non avevo nulla, forse stress, ma lei insisteva - e insisteva - che dovevano andare a fondo. Nessuno dava peso alle sue parole, le dicevano che la mia condizione stava diventando una fissazione, che non avevo nulla di grave e che tutto si sarebbe sistemato.

Così dopo circa sei mesi senza diagnosi, senza nessuna forza e la febbre sempre più alta, andammo a fare la PET. La diagnosi per il dottore era chiara: Linfoma di Hodgkin diffuso e molto aggressivo.

Mi trasferirono subito al Regina Elena di Roma.

Cercai di aggrapparmi alla vita con tutta la forza che avevo, provando a sorridere il più possibile.

Ogni volta che avevo la possibilità di vedere mia moglie e i miei figli mi ricaricavo di amore e allegria.

Vedevo negli occhi di mamma e papà la sofferenza nascosta. Sono un papà anch'io e posso solo immaginare il dispiacere che si prova nel vedere un figlio soffrire e combattere per la vita. È contro natura.

Non potevo mollare assolutamente. Iniziai le cure. Non ho memoria del tragitto per tornare a casa dalle ultime sedute di chemioterapia, tanto era il mio sfinimento.

Dopo dodici sedute di chemio e grazie ad un protocollo sperimentale che si dava in ultima battuta come terapia di salvataggio, sconfissi la malattia e non ci fu bisogno nemmeno della radio.

La vittoria era netta. L’incubo era finito, avevo ancora una vita da vivere, con lei, con loro.

Ti ringrazio amore mio per non avermi mai lasciato solo, sei stata il mio angelo custode.

E come abbiamo giurato allora: “… nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia...”

Per te, Simona.

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